In un'intervista rilasciata a Il Foglio, Meloni ha respinto l'appello di Draghi per un'Europa più federale, capace di superare il principio dell'unanimità sulle decisioni cruciali. Il concetto di “federalismo pragmatico” di Draghi sostiene che i paesi intenzionati a farlo dovrebbero poter integrare maggiormente le proprie politiche in aree strategiche, invece di permettere ai singoli veti nazionali di paralizzare l'azione collettiva.

La risposta di Meloni è quasi l'opposto.
La premier concorda sul fatto che l'attuale sistema dell'UE sia inadeguato, ma afferma che la soluzione non risieda nel trasferire ulteriore sovranità a Brussels. Al contrario, sostiene quella che definisce un'Europa “confederale”: stati membri che mantengono un'ampia sovranità nazionale pur cooperando in modo molto più efficace su questioni di importanza strategica. Meloni punta inoltre su una cooperazione rafforzata, che permetta a gruppi di paesi volenterosi di procedere insieme senza costringere ogni stato ad aderire alla medesima politica.

Si tratta di qualcosa di più di una semplice disputa tra una conservatrice nazionalista e un ex banchiere centrale. La questione mette a nudo il dilemma politico centrale che l'Europa evita da anni: quando l'UE non riesce a trovare un accordo, i governi nazionali devono cedere più poteri o Brussels deve accettare che l'integrazione abbia dei limiti politici?

La tesi di Draghi si basa in gran parte sulla scala dimensionale. L'Europa sta perdendo terreno nella tecnologia, nell'intelligenza artificiale, nei mercati dei capitali e nella produttività. Draghi sostiene che la frammentazione dei processi decisionali impedisca al continente di mobilitare investimenti e capacità strategiche con sufficiente rapidità. La logica è semplice: gli US e la China compiono scelte importanti su scala continentale, mentre l'Europa spesso le negozia tra 27 governi diversi.

Meloni ribatte che la legittimità democratica risiede ancora primariamente nelle nazioni. Il suo modello non rifiuta la cooperazione europea; rifiuta l'idea che ogni crisi debba produrre un altro trasferimento permanente di autorità verso l'alto. Questa distinzione è importante. Meloni resta fermamente atlantista, sostiene l'Ukraine e preme per una difesa europea più forte. Il suo disaccordo con Draghi non riguarda quindi se l'Europa debba essere più forte, ma cosa debba significare una “Europa più forte”.

Meloni respinge l'appello di Draghi per un'Europa più federale, chiedendo invece un'Europa “confederale” dove gli stati membri mantengano un'ampia sovranità nazionale.
Meloni respinge l'appello di Draghi per un'Europa più federale, chiedendo invece un'Europa “confederale” dove gli stati membri mantengano un'ampia sovranità nazionale.

La premier ha espresso un argomentazione simile riguardo all'ascesa di AfD in Germany. Invece di affidarsi a un “cordone sanitario” politico, Meloni ha affermato che i partiti mainstream dovrebbero affrontare le questioni che spingono gli elettori verso i movimenti nazionalisti, tra cui l'immigrazione illegale, l'identità, i confini e l'insicurezza economica.
È qui che il suo modello europeo diventa politicamente significativo. Se i partiti nazionalisti e conservatori continueranno a guadagnare terreno, la prossima fase di riforma dell'UE potrebbe non muoversi verso la struttura federale favorita da molti integrazionisti, ma verso un'architettura più flessibile in cui gli stati cooperano intensamente su difesa, energia, industria e confini, resistendo però a un'ulteriore centralizzazione.

L'Europa si trova dunque di fronte a due risposte concorrenti per la stessa diagnosi.

Draghi afferma che la frammentazione rende l'Europa debole, quindi l'integrazione deve approfondirsi.
Meloni afferma che l'eccessiva centralizzazione rischia di indebolire il consenso democratico, quindi la cooperazione deve diventare più flessibile.

Entrambi concordano sul fatto che l'attuale sistema non stia riuscendo a rispondere con sufficiente rapidità.
La battaglia ora riguarda ciò che prenderà il suo posto.