Esiste una temperatura oltre la quale l'essere umano non può mantenere indefinitamente una temperatura interna stabile, nemmeno sudando. Gli scienziati definiscono questa condizione stress termico non compensabile, o UHS (uncompensable heat stress). Una volta superato tale limite, il corpo produce o assorbe calore più velocemente di quanto riesca a espellerlo, e la temperatura interna inizia a salire costantemente.
Un nuovo modello riportato in The Lancet Public Health suggerisce che questo confine pericoloso venga raggiunto dagli anziani molto prima di quanto ipotizzato in molti calcoli sul rischio climatico. Integrando le differenze fisiologiche legate all'età, ogni grado supplementare di riscaldamento globale potrebbe esporre circa un milione di persone in più a test meno 180 ore di calore non compensabile ogni anno. (The Guardian)
La biologia sottostante ne spiega il motivo.
Il raffreddamento dipende fortemente da due processi: la sudorazione e lo spostamento del sangue caldo verso la pelle. Con l'età, la produzione massima di sudore generalmente diminuisce e la risposta di sudorazione del corpo inizia più tardi. Inoltre, i vasi sanguigni diventano meno capaci di dilatarsi rapidamente, mentre il sistema cardiovascolare ha meno capacità di riserva per pompare grandi volumi di sangue verso la superficie cutanea.
Questo crea un conflitto. Il cuore deve mantenere la pressione sanguigna e continuare a irrorare gli organi, inviando contemporaneamente sangue supplementare verso la superficie per il raffreddamento. La disidratazione riduce poi il volume del sangue circolante, rendendo il compito ancora più difficile.
Esperimenti controllati che hanno coinvolto volontari anziani hanno confermato questa differenza. In un programma, i ricercatori hanno condotto 273 esperimenti in camere ambientali coinvolgendo adulti tra i 65 e i 92 anni, testando combinazioni di temperatura e umidità sia a riposo che durante attività leggere simili alla vita quotidiana. I "limiti ambientali critici" risultanti sono stati sostanzialmente inferiori ai valori tradizionalmente derivati da giovani adulti sani.
Ciò è particolarmente importante perché la famosa temperatura a bulbo umido di 35°C viene spesso presentata come un confine universale per la sopravvivenza umana.
Non è così.
La temperatura a bulbo umido combina calore e umidità e approssima l'efficacia con cui l'evaporazione può raffreddare il corpo. Lavori fisiologici più recenti indicano che condizioni non compensabili possono insorgere a temperature a bulbo umido intorno ai 25–31°C nei giovani adulti sani, a seconda della combinazione di temperatura e umidità, e approssimativamente tra i 19–28°C per gli anziani.
L'umidità rende il pericolo particolarmente ingannevole. A 40°C in aria secca, il sudore può evaporare in modo relativamente efficiente. A una temperatura inferiore combinata con un'umidità molto elevata, il sudore rimane sulla pelle e perde gran parte del suo potere refrigerante.
Anche la durata è fondamentale. Un esperimento del 2026 che ha esposto giovani adulti sani a un calore umido stabile per un massimo di otto ore ha rilevato che le condizioni di bulbo umido a 32–33°C rimanevano compensabili, mentre i 34–35°C causavano un aumento progressivo della temperatura interna. A 35°C di bulbo umido, i ricercatori hanno previsto tempi per un'ipertermia potenzialmente letale di circa 7,1–7,7 ore per gli uomini e 8,3–8,6 ore per le donne — e si trattava di soggetti giovani e sani con accesso illimitato all'acqua.
Le persone anziane con malattie cardiovascolari, problemi renali, diabete o che assumono farmaci che influenzano l'idratazione e la circolazione potrebbero trovarsi di fronte a margini sostanzialmente più ridotti.
Le conseguenze vanno oltre il colpo di calore. Il caldo può aggravare le malattie cardiache e renali, causare disidratazione e collassi, e sottoporre a ulteriore stress pazienti già fragili. (The Guardian)
Questo cambia il paradigma dell'adattamento climatico. Un'allerta meteo basata principalmente sulla temperatura dell'aria può indicare condizioni di disagio, mentre la fisiologia di una persona anziana si trova già in territorio pericoloso.
La prossima generazione di sistemi di allerta per il caldo potrebbe quindi dover chiedere non solo "quanto fa caldo?", ma anche "quanti anni ha la persona esposta?"




